Sfide ambientali e della ricerca scientifica

Studi effettuati a lungo termine evidenziano dati allarmanti sui danni che scaturiranno dai cambiamenti climatici nel breve e lungo periodo.

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Vuoi vedere che quanto prima la maggior parte dei negazionisti del cambiamento climatico potrebbero gettare la spugna? Giornalisti, ricercatori e quant’altro, ricorrono ai media per propinare le proprie teorie, riluttanti ad accettare il cambiamento climatico provocato dall’uomo, ricorrono spesso ad improbabili e bizzarre affermazioni, del tipo, che i dati satellitari sono manipolati o che il “Bureau of Meteorology” che gestisce le stazioni meteo terrestri, alterino i dati per esagerare sul riscaldamento della Terra.

Ci chiediamo, e non siamo solo noi: “La NASA e le altre agenzie spaziali, cosa avrebbero da guadagnare? E dove collochiamo i 195 paesi che hanno sottoscritto l’accordo sul clima di Parigi la fine dell’anno scorso? Anche loro avrebbero da guadagnare? Ma certo, far respirare all’umanità un’aria diversa da quella che attualmente respira”!

Shaun Marcott, professore di geologia presso l’Istituto di Studi Ambientali Nelson, dell’Università del Wisconsin-Madison, centro di studi e leader mondiale per affrontare le sfide ambientali, in un recente studio, mette in allarme il mondo scientifico per quanto attiene i cambiamenti climatici.

Anche se abbiamo letto commenti di diversi laureati di quella università del tipo che l’Istituto Nelson “è un focolaio di fanatici ambientali”, Marcott, unitamente ad altri colleghi diretti da Peter Clark, dell’Università dell’Oregon, autore principale dello studio, dichiara che, per quanto attiene i cambiamenti climatici, “anche se è difficile fare previsioni soprattutto per il futuro, la situazione è peggio di quanto pensassimo”.

Le proiezioni dei cambiamenti climatici che guardano avanti uno o due secoli, mostrano un rapido aumento della temperatura e del livello del mare, ma dicono poco per il prosieguo della vita sulla Terra.

Comunque, uno studio pubblicato su Nature Climate Change lunedì scorso 8 Febbraio 2016, guarda i prossimi 10.000 anni, e scopre che l’impatto catastrofico di altri tre secoli di inquinamento da anidride carbonica persisterà millenni anche dopo cessato il rilascio dell’anidride carbonica.

Il quadro è preoccupante, dice il co-autore Marcott, con una quasi inevitabile elevazione del livello del mare per migliaia di anni nel futuro. “Mentre la maggior parte studi, dice Marcott, guardano agli ultimi 150 anni di dati strumentali, noi abbiamo guardato indietro 20.000 anni, confrontandoli con proiezioni per il prossimi secoli, utilizzando l’anidride carbonica recentemente monitorata, la temperatura globale e i dati del livello del mare che hanno attraversato l’ultima era glaciale. Poi abbiamo confrontato i dati passati ai risultati di modellazione che si estendono per 10.000 anni nel futuro”.

“L’interazione tra territorio, oceano e l’atmosfera, ha la memoria lunga, dice Marcott. Credo che la maggior parte delle persone direbbe che la temperatura e il livello del mare saranno in forte aumento mentre continuiamo la combustione di combustibili fossili. Ma una volta che ci fermiamo a bruciare legna (combustibili fossili ndr), in realtà, ci vorranno molte migliaia di anni per l’anidride carbonica in eccesso di lasciare completamente l’atmosfera ed essere conservata nel mare, e l’effetto dell’aumento della temperatura e del livello del mare durerà altrettanto lungo, ed anche se ci fermiamo, a prescindere di quello che faremo in un futuro relativamente prossimo, il sistema continuerà a rispondere, perché non ha raggiunto un equilibrio”, spiega Marcott.

Se bolliamo l’acqua in una pentola e spegniamo il gas, l’acqua rimarrà calda perché il calore rimane in essa. Un fenomeno simile, ma indicibilmente più complesso ed importante avviene nel sistema climatico”.

Le Filippine, una dei paesi più densamente popolati, sono minacciate dall’innalzamento del livello del mare causato dal riscaldamento globale. Il livello medio globale del mare è in aumento di 3,1 centimetri per decennio.

Nuovi dati sul rapporto tra anidride carbonica, il livello del mare e la temperatura nel corso degli ultimi 20.000 anni sono stati la base per guardare avanti di 10.000 anni.”Ora che sappiamo come questi fattori sono cambiati dalla glaciazione a oggi”, dice Marcott, abbiamo pensato, se vogliamo veramente sapere cosa ci riserva il futuro, non possiamo guardare avanti di soli 300 anni. Questo non ha senso come unità di tempo geologico”.

L’umanità ha già messo circa 580 miliardi di tonnellate di anidride carbonica nell’atmosfera. I ricercatori hanno esaminato l’effetto di liberare ancora da 1.280 a 5.120 miliardi di tonnellate tra il 2000 e il 2300. “Nel nostro modello, l’ingresso di anidride carbonica si è concluso dopo 300 anni, sebbene si è constatato che l’impatto è persistito per ulteriori 10.000 anni”, dice Marcott.

Entro 2300, il livello di anidride carbonica era salito da quasi 400 parti per milione a un massimo di 2.000 parti per milione. L’aumento di temperatura più estrema – circa 7 gradi Celsius entro il 2300 o giù di lì, si sarebbe affievolito solo leggermente, a circa 6 gradi Celsius, dopo 10.000 anni.

Il riscaldamento degli oceani e dell’atmosfera, che stanno sciogliendo i ghiacciai e le calotte di ghiaccio, producono un aumento catastrofico nell’oceano.”Il livello del mare salirà a causa della fusione, in quanto il riscaldamento si espande nell’oceano. Dobbiamo decidere dei prossimi 100 anni se vogliamo impegnare noi stessi ed i nostri discendenti a questi cambiamenti più grandi e più sostenuti”, precisa Marcott.

L’autore principale dello studio Peter Clark, dell’università dell’Oregon, tra gli scienziati che studiano il clima su mandato dell’Onu nell’Ipcc ed altri co-autori, sono andati indietro di 20.000 anni, prendendo in esame i dati sulla CO2, le temperature e il livello dei mari per proiettarsi ad un futuro distante migliaia di anni.

Le previsioni, basate su dati scientifici pubblicati, che hanno indotto a prendere seriamente il riscaldamento globale nell’accordo di Parigi sul clima alla fine dello scorso anno, secondo gli studiosi sono impietose: “Se l’aumento delle temperature mondiali sarà contenuto anche entro i 2 gradi centigradi sopra i livelli preindustriali, nell’arco dei prossimi due millenni gli oceani potrebbero salire di circa 25 metri andando a bersaglio su circa 1,3 miliardi di persone, ovvero la popolazione che attualmente vive nelle città che verrebbero sommerse. Pertanto verrebbero distrutte città come New York, Londra, Shanghai, oltre che migliaia di piccole isole ed arcipelaghi sparsi nel Pianeta”.

“Questo è un documento sorprendente”, dice John (Jack) W. Williams, professore di geografia ed esperto di climi passati alla UW-Madison. Ad un certo livello, si rafforza solo un punto che già sapevamo: che gli effetti dei cambiamenti climatici e dell’innalzamento del livello del mare sono irreversibili e resteranno con noi per migliaia di anni, dice Williams, che non ha lavorato allo studio. Ma questo documento dimostra quanto devastante sarà l’innalzamento del livello del mare, una volta che si guarda al di là 2100″.

Per semplicità, lo studio ha omesso di prendere in considerazione altre grandi effetti dei cambiamenti climatici, tra cui l’acidificazione degli oceani, altri gas serra, e meccanismi che causano il riscaldamento per accelerarlo ulteriormente.

“La mia speranza, afferma Marcott, è che si possano mostrare i nostri grafici, in modo tale che chiunque possa vedere esattamente cosa sta succedendo”.

Peter Clark, presentando la ricerca, ha precisato: “Gran parte della CO2 che stiamo immettendo in atmosfera bruciando i combustibili fossili, resterà nell’aria per i prossimi millenni. Le persone devono capire che gli effetti del cambiamento climatico sul pianeta non andranno via, almeno per centinaia di generazioni.Per risparmiare alle future generazioni gli effetti peggiori del cambiamento climatico l’obiettivo deve essere zero emissioni, o anche emissioni negative, il prima possibile”.

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Petrolmonnezza come antidoto

Secondo un nuovo studio apparso nell’ultimo numero di Nature Geoscience, pubblicato online il 25 gennaio 2016, risulta che piccole concentrazioni di petrolio raddoppiano la dimensione della popolazione di fitoplancton rispetto a quella a pochi chilometri di distanza.

Golfo del Messico: studio del fondale dopo la fuoriuscita di petrolio dalla piattaforma Deepwater Horizon del 2010.

E’ noto che l’inquinamento è una delle principali cause delle drastiche modifiche dell’habitat di tutti gli esseri viventi, uomo compreso. Storicamente abbiamo considerato tutto ciò che ci circonda, l’aria, l’acqua ed il suolo, come dei contenitori “naturali” dei nostri rifiuti, dando poca considerazione alle conseguenze ecologiche delle nostre azioni.
Di conseguenza, le popolazioni della fauna selvatica devono fare i conti con la sconcertante serie di sostanze inquinanti che vengono rilasciate nell’ambiente sia intenzionalmente o in seguito ad incidenti.

Ma non solo la fauna deve misurarsi con la scelleratezza umana, deve farlo anche la flora, se non soprattutto, quando questi piccoli esseri viventi devono fare i conti con una dello forme d’inquinamento più odiose che conosceremo qui di seguito.

I nostri assidui lettori ricorderanno che pochi giorni fa abbiamo dato ampio spazio allo zooplancton,quando si è discusso dell’attrazione fatale della luna e della “migrazione verticale dello zooplancton nell’Artico”.

Il Fitoplancton, l’insieme di tutti gli organismi acquatici vegetali che fanno parte del plancton, è la componente essenziale e vitale per lo zooplancton che sta alla base della catena alimentare in tutte le acque del pianeta. Quasi tutto lo zooplancton infatti si nutre di fitoplancton.

Ebbene, come alcuni veleni assunti in piccolissime dosi fungono da antidoti per fare rinascere a vita persone o animali avvelenati, così piccole dosi di un altro veleno, la “petrolmonnezza” possono paradossalmente fare del “bene”, e fare proliferare i microrganismi che stanno, come già detto, alla base della catena alimentare.

Secondo un nuovo studio apparso sull’ultimo numero di Nature Geoscience, pubblicato online il 25 gennaio 2016, risulta che piccole concentrazioni di petrolio raddoppiano la dimensione della popolazione di fitoplancton rispetto a quella a pochi chilometri di distanza.

Ricercatori della Columbia University guidati da Nigel D’Souza, attualmente impegnato sullo studio dell’impatto degli ingressi petrolio e gas naturale sulla comunità microbica e planctonica nel Golfo del Messico, studiando le bolle di petrolio e gas naturale che trasudano naturalmente dai fondali del Golfo del Messico, studio pubblicato nell’ultimo numero della rivista “Nature Geoscience”, spiega che minime concentrazioni di petrolio, trovate nelle immediate vicinanze di queste fuoriuscite naturali, non sembrano “avvelenare” il plancton, ovvero, l’agitazione scatenata da queste “effervescenze” che risalgono, fanno aumentare i nutrienti indispensabili per la crescita del plancton.
“Questa è la prova che alcuni microrganismi nel Golfo del Messico possono essere condizionati, se non programmati, a sopravvivere con il petrolio, o almeno a basse concentrazioni. In questo caso, vediamo chiaramente il fitoplancton che non è compromesso a basse concentrazioni di petrolio, e c’è un processo di accompagnamento che li aiuta a prosperare. Ciò non significa che l’esposizione al petrolio in tutte le concentrazioni e, per le lunghezze di tempo prolungate, è buono per fitoplancton”. Lo sostiene anche Ajit Subramaniam, un oceanografo presso Lamont-Doherty Earth Observatory della Columbia University, coautore dello studio.
Lo studio è il primo a dimostrare questo tipo di correlazione tra le parti più profonde del mare, sotto la superficie del fondo marino, ed i processi microbici oceanici, ha detto Andy Juhl, ecologista ed oceanografo presso l’Osservatorio Lamont-Doherty della Columbia University, (anche lui coautore).

Subramaniam e Juhl, insieme con i colleghi dell’Ecosystem Impacts of Oil and Gas Inputs to the Gulf (ECOGIG), hanno studiato le interazioni degli ingressi di petrolio e gas nella Deepwater Horizon nel 2010 nel Golfo del Messico, per capire meglio cosa succede in un pozzo di petrolio da cui fluisce abbondantemente petrolio in seguito ad una perdita.

Ed è proprio in queste catastrofi che i due studiosi hanno cercato di trovare i modi per rispondere al meglio a disastri simili in futuro. Le fuoriuscite naturali di petrolio, che si trovano in molte parti del Golfo del Messico, sono infinitesimali rispetto allo un scoppio di pozzo petrolifero.

Una marea nera dovuta ad infiltrazioni naturali di idrocarburi, si verifica infatti in varie zone costiere situate in bacini sedimentari erosi o guasti tra placche della crosta terrestre, come nel caso, in particolare, sulle coste dell’Alaska, in California, nel Golfo del Messico appunto, Mar Rosso, Mar Caspio e nel Borneo, dove la lucentezza e le chiazze di petrolio sono regolarmente viste indipendentemente da qualsiasi inquinamento provocato dagli esseri umani – dura in genere da uno a sette giorni e raggiunge tra 1 e 100 chilometri quadrati.

Viceversa, il petrolio di superficie dalla Deepwater Horizon ha coperto circa 11,2 mila chilometri quadrati e persiste per mesi, per anni . …

Lo studio è una parte dell’attività del Consorzio ECOGIG, un gruppo multi-istituzionale che studia i fenomeni naturali delle fuoriuscite di petrolio nel Golfo del Messico, finanziato dalla “Iniziativa di ricerca del Golfo del Messico” (Gulf of Mexico Research Initiative).

Consorzio che oceanografi fisici, biologi marini e chimici provenienti da 14 istituti di ricerca, è proteso in uno sforzo globale per comprendere gli impatti delle infiltrazioni naturali rispetto ai bruschi e grandi ingressi di idrocarburi in seguito ad incidenti, sui sistemi bentonici-pelagici accoppiati in ecosistemi di acque profonde, e di tracciare gli effetti a lungo termine ed i meccanismi di recupero dell’ecosistema.